mÍmesis
Se una metà della creazione la realizza l’artista, l’altra metà spetta al pubblico che osserva, ma una metà più un’altra metà non siamo sicuri che restituisca sempre l’intero di una riflessione, se non solo apparentemente compiuta. A sommare tutte le singole componenti complesse di ogni opera qui esposta, che raccontano il superbo lavoro di Marcello Simeone, scopriremo che i conti non tornano mai, si avrà sempre più dell’intero. La realtà è numero, la proporzione è numero, la giusta posizione delle parti è simmetria, che è ancora una volta esprimibile per numeri, il pensiero non è però ascrivibile a mero numero e partendo dal titolo possiamo fare un lavoro contrario di decostruzione per ricercare un senso sottilmente mimetizzato. Abbiamo individuato in questa antica parola carica di significati e di storia, la convinzione che esprima in gran parte l’epopea di una società fluida, cangiante, che ha ceduto in massa alla vanità, capace di qualunque forma, e che, contraddistinta da una velocità non più controllabile, proclami costantemente la propria infallibilità e bellezza in tutti gli ambiti. Il fascino del colore, armonizzato nella lucente e sicura composizione delle strutture geometriche, sembra evocare dunque il volto di una società costituita sempre più da oggetti ammiccanti e travolgenti, ai quali vogliamo somigliare e non sappiamo rinunciare, ma soprattutto, nei quali inconsapevolmente spesso ci perdiamo. L’osservazione delle opere sussume un comfort di gusto appartenente all’attuale ed elegante mondo pop, giovanile, sostenuto, colorato, fintamente informale. La trappola del narcisismo è implacabile, si cela ovunque, nell’eccentrico, nel facile, nella rifinitura magistrale di queste opere dense di sperimentazioni e contaminazioni artistiche che giungono anche da un nobile passato, e non possiamo che specchiarci. E di piccoli specchi, come quelli delle allodole, si tratta. I vetri sono ipnotici, disposti in una vibrante armonia, rapiscono per la loro purezza ma nulla è come sembra. L’arte imitativa della mímesis di Simeone non sta nel rappresentare gli uomini per come sono, piuttosto per come appaiono. Crea degli eïdola, immagini, illusioni, oggetti irreali che riproducono cose reali. Ogni particolare del lavoro di Marcello, che poggia le sue radici nel terreno della fiber art, significa metaforicamente l’uomo nella sostanziale dualità, variabilità. Cogliamo la raffinata squisitezza di un ricamo secessionista che si compenetra con il vetro tagliente, serviti assieme alla timidezza e dolcezza della musica che risuona dal corpo dell’opera. Tutto è doppio, come la tecnologia a microprocessore che si nasconde all’interno dell’oggetto arte e che ammanta la nostra partecipata e armoniosa fruizione. Emerge un dialogo fra materiali pregiati che rappresentano parte del DNA di Simeone nelle sue molteplici sequenze: il vetro di Murano, quale sigillo di grazia, l’austera ricercata orbace di Nule, quale materiale semplice e fortemente identitario, infine la musica che ne esprime la formazione. Su questi elementi viene elaborato il racconto scandito dalle parole del padre, arrotolate e incastonate come solide colonne sulla linea del tempo che tutto unisce e cuce ossessivamente il passato che rincorre la contemporaneità dell’artista. Simeone sviluppa la comprensione e la critica all’estetica diffusa, un mondo in cui negli ultimi tre decenni un nuovo sistema valoriale ha ristrutturato discorsi, creato nuovi stili e dato vita ad un individualismo edonista e psicologico, al quale egli stesso non può sottrarsi. Intercetta il mondo percepito nella sua perfetta superficialità, oltre la quale non c’è nulla. Il vuoto dei tondi sospesi che ricercano un nuovo senso al diritto dell’esserci. Non propone soluzioni certe, alternative, lui osserva, parla un linguaggio cifrato per mezzo di una moltitudine di simboli, di dettagli. Il viaggio dell’artista è frutto di una riflessione esistenziale che suggerisce la necessità di soffermarsi a capire dove potremmo trovarci esattamente. Interpreta un mondo solo apparentemente tutto colorato, nel quale possiamo decidere liberamente di abitare, senza mai varcare la soglia della responsabilità.
Siamo di fronte alle competenze di un’arte poietica e poetica dell’artista, che elargisce al nostro vedere maggiori possibilità esplorative e di ascolto. Ci specchiamo in quei vetri brillanti e fantasmagorici, ma sono pur sempre vetri acuminati e taglienti. E’ tutto lì, davanti ai nostri occhi, fittizio, illusorio, che attende il nostro legame, la nostra richiesta di senso. Le opere rappresentano il riflesso di una società che deve e vuole essere di lusso a tutti i costi, fondono tradizione e innovazione, cornice e splendore, in cui interno ed esterno non esistono più, il doppio, il triplo, l’infinito sono ormai elementi ipnotici fusi e indistinti dell’unità che ci avvolge e identifica, la cui realizzazione intima personale sembra essere l’unico fine della nostra esistenza. L’artistico nell’estetico e l’estetico nell’artistico. Assistiamo ad un riscatto dell’arte nella sua funzione orientante e Marcello utilizza la costruibilità del bello per sottolineare la stessa mímesis che tutto sovrasta e confonde. Avventurarsi nell’esperienza narrativa del lavoro di questo ermetico e raffinato artista, significa prepararsi moralmente a non lasciarsi abbagliare dalle Luci della città, c’è sempre un velo che dobbiamo scoprire e non sempre al di sotto scopriamo la prosperità che sembra attenderci ma troveremo forse, come nel film di Chaplin, quello spirito vagabondo e critico che sarebbe bene non abbandonare agli incantesimi dello sguardo egocentrico. Pillola rossa per la verità, pillola blu per restare esattamente cosi come siamo. Ad offrircela non è, a caso con il nome del dio dei sogni, Morpheus del film Matrix, ma l’artista Marcello Simeone. Una pillola che sembra un proiettile.
Antonello Carboni, Silvia M.R. Oppo
Dieci anni dopo
Esattamente dieci anni fa presentavamo all’EXMA di Cagliari la prima mostra personale di Marcello Simeone, tracciando, attraverso una significativa selezione di opere, le coordinate essenziali della sua ricerca come era stata elaborata fino a quel momento. Evidenziammo, fin da allora, non soltanto l’attitudine interdisciplinare e l’inclinazione alla sinestesia di un musicista convertitosi o meglio sarebbe dire apertosi al visivo, ma anche quella necessità, che poi è la necessità che fa di un artista un vero artista, di vivere, sentendola intrinsecamente, la realtà del proprio tempo.
Ritrovo oggi, nell’esposizione curata da Antonello Carboni e Silvia Oppo, splendidamente accolta negli spazi del Museo Diocesano di Oristano, punti fermi e coerenti evoluzioni del lavoro artistico di Simeone. Ritrovo un pensiero dissidente, perché privo di ogni qualsiasi pregiudizio, un orizzonte di riflessioni in cui etica ed estetica possono darsi come complementari, insieme a un forse accresciuto interesse per la tecnologia, intesa come possibilità di guardare da un punto di vista inedito, secondo modalità inimmaginabili solo fino a tempi recentissimi, alla nostra vita, privata e pubblica, lungo quel crinale dal delicatissimo equilibrio in cui si determinano le relazioni, tra persone, comunità, culture.
Rifletto, allora, sul fatto che per meglio provare a decodificare gli sviluppi di questa ricerca dovrei forse affidarmi anch’io alle potenzialità offerte dalla scienza. Scelgo di interrogare l’intelligenza artificiale, con domande via via più precise, sul senso dell’utilizzare, da parte di Simeone, materiali antichi, processi artigianali e algoritmi, ma soprattutto su quel modo peculiare di far coincidere ornamento e struttura compositiva, senza soluzione di continuità. Ne è derivato un risultato a dir poco sorprendente, con una quasi perfetta coincidenza tra quanto mi ha detto AI e le parole che avrei scritto, un breve testo che ho ulteriormente rielaborato ma dove io stessa faccio fatica a distinguere cosa sia propriamente mio e cosa no, ma forse non importa, forse sta proprio qui la meraviglia.
Marcello Simeone è un artista che sa esplorare materiali antichi, la lana di Sardegna e il vetro di Murano, con un approccio totalmente contemporaneo. Il suo modo di lavorare la lana e di valorizzarne la consistenza materica preserva il legame emotivo con le sue radici e con l’ambiente naturale, trasformandola in una sorta di pelle primordiale, capace di raccontare storie sensoriali. Il vetro, con la sua prerogativa di riflettere la luce e di raccontare la dimensione dell’iridescenza, con la sua fragilità e trasparenza, diventa simbolo della ricerca di una verità sfuggente, parte integrante di un percorso che cerca di svelare una realtà più profonda. Lana e vetro creano un dialogo visivo, sul quale si innesta, talvolta, la tecnologia, che si scopre anch’essa sospesa tra recupero della memoria – personale e collettiva – e proiezione nel futuro. Per questo ciò che appare come ornamento, nelle opere di Simeone, non è mai mera superficie ma la sintesi di materia e forma, luce e colore che si fanno strumenti di conoscenza. Ciò che appare come ornamento è il portato di un’elaborazione, di una disponibilità all’accoglienza, di un approdo alla bellezza attraverso la consapevolezza della caducità, dell’irrazionalità e della tragedia. La bellezza come esperienza e processo, come scoperta – che può sconvolgere – di se stessә e dell’altr*, come possibilità di dissentire e opporre resistenza.
Simona Campus & AI
Marcello Simeone, ai confini sinestetici dell’arte
La musica tradizionale è basata su esagrammi. Proviene dalle bibbie, da epidemie e carestie, e gira intorno alla morte. (Bob Dylan)
Marcello Simeone guarda all’arte con atteggiamento eretico, e forse proprio per questo nei suoi lavori troviamo una grandissima spiritualità. Lo fa portando il suo pensiero ai confini della sperimentazione creando macchine perfette, scultoree, che sembrano nascondere meccanismi automatici, orologi meccanici dagli ingranaggi sognati e appuntati su fogli volanti in un particolare stato di grazia. Tali macchine euristiche svelano e nascondono su piani differenti sensazioni tattili e sonore, elementi ritmici pulsanti di colore e luce. Dalle calde lane protagoniste della fiber-art internazionale, alle cerniere erotiche, scandalose, intrecciate, usate da Warhol nel 1971 per il leggendario album dei Rolling Stones “Stick Fingers”, ai bossoli recuperati per luminosissime opere che come gli artisti Daria Marchenko e il colombiano Federico Uribe denunciano le violenze della guerra nel mondo. Le sofisticate composizioni spesso si arricchiscono di arabeschi voluttuosi, un inno al piacere che assume forme decorative a racemi simili ad arcate sonore di sapore debussiano.
La produzione di Marcello Simeone si ramifica in serie, o meglio variazioni, termine musicale recuperato dalle arti visive agli albori dell’astrattismo, quando l’esigenza di rappresentazione dei sentimenti puri trovò nella musica il linguaggio universale più adatto. Alla musica e al suo rapporto sin-estetico con l’arte guarda l’artista, provetto pianista che legge nel colore il suono e nella luce il ritmo. Non a caso egli realizzò una formidabile serie di lavori dedicati alle Variazioni Goldberg di Bach trovando nella forma di un algoritmo sviluppato sulle prime battute del capolavoro bachiano il “primum mobile” della creazione assoluta. Lo stesso concetto di variazione assume il significato di metamorfosi, così come Philip Glass lo intende nel suo magnifico lavoro per pianoforte del 1988: la transustanziazione della forma, pur conservando una cellula armonica primigenia inalterata, esplora le possibilità infinite della composizione in un intreccio costante e antitetico di matematica e sentimento.
Marcello Simeone sembra fondamentalmente interessato al rapporto tra materia e acustica e quanto uno influenzi e modifichi il mondo dell’altro. Ecco quindi il perché dell’utilizzo di materiali così differenti per “suono” e i loro accostamenti: lane con vetri e specchi, metalli e gomme, da cui scaturiscono forme geometriche misteriose somiglianti alle figure di Chladni, affascinante sperimentazione di un fisico tedesco che alle soglie del XIX secolo scoprì gli effetti delle vibrazioni su lastre di vetro ricoperte di sabbia impalpabile. Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima, scrisse George Bernard Shaw, quasi avesse trovato una singolare relazione tra elementi fonte d’ispirazione di molti artisti contemporanei.
Altra peculiarità del nostro artista è la convinzione che ironia e provocazione siano stimoli importanti e che l’arte debba necessariamente militare nel mondo dissacrante e dissacratorio della contestazione per accendere nel pubblico salutari riflessioni. L’esempio più ingegnoso è il progetto Occupy wc il quale prevede un’invasione dei bagni di musei, teatri, aeroporti e altri luoghi pubblici con opere d’arte allo scopo di sottolineare la forma elitaria e inaccessibile che la stessa assume generata e divorata dall’establishment spesso ipocritamente combattuto. Come dice Banksy: “L’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo.”
Efisio Carbone