Contrappunti

Riflessioni sul sistema dell’arte, per una visione antiretorica della creazione artistica.

Effetto Troxel.

Ho trovato casualmente in rete, nella pagina di Riccardo Proietti queste informazioni sull’effetto Troxler. E lavorando da sempre alla costruzione di una mia personale cosmogonia di forme e relazioni spaziali volutamente prive di una connessione con la realtà visibile, ne sono rimasto attratto.

Il fenomeno prende il nome da Ignaz Paul Vital Troxler, che lo descrisse nel 1804. In letteratura viene chiamato anche “Troxler fading”.
Riccardo Proietti è un ricercatore in Scienze Cognitive al CNR, e nei suoi contenuti l’effetto Troxler viene presentato come un esempio di come l’attenzione selezioni alcune informazioni e ne riduca altre nella percezione visiva. Riccardo afferma che “…la percezione non è una copia perfetta del mondo ma un atto interpretativo e adattivo del nostro cervello.”

Nel mondo dell’arte, tra gli artisti che dichiarano esplicitamente o in modo implicito che la realtà non è come appare, e spesso usano l’immagine per smontare l’idea di un’osservazione neutra del mondo ci sono esempi importanti.
René Magritte: “La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione” (es. Le traîtrise des images, “Questa non è una pipa”).
Salvador Dalí e Man Ray che giocano su scale, proporzioni e contesti irreali per mostrare che la percezione visiva può essere facilmente destabilizzata.
Wassily Kandinsky che considera la pittura astratta come un modo per parlare di una “realtà” più profonda, diversa dall’apparenza visiva immediata.
Pablo Picasso e Francis Bacon che deformano e scompongono il visibile per mostrare che la realtà non è trasparente alla percezione.
Artisti di op‑art e arte cinetica (Victor Vasarely, Bridget Riley, e altri) costruiscono opere che “falliscono” la percezione, proprio per mostrare che lo sguardo non è un dispositivo neutro.
Olafur Eliasson, James Turrell e altri artisti della luce/luce‑colori usano l’ambiente e la percezione per far sperimentare che ciò che vediamo è una costruzione temporanea e instabile.



Le categorizzazioni e le etichette non piacciono, ma alle volte aiutano. Se devi costruire un muro in mattoni devi sapere che mattoni puoi/vuoi usare. Dimensioni, peso, materiale. Tutto riassunto in una “etichetta”. Nel mio caso, le prime sono state: arte concettuale. minimalista. materica. astratta. Ora preferisco evitare. Se proprio dovessi userei: assente. vuota. inutile. paziente.



Originalità a tutti i costi? #2

Victor Grippo (1936-202) e Yuko Mohri (1980), in tempi molto diversi, il primo nel 1972 e la seconda nel 2021, usano tuberi e frutta varia per produrre energia elettrica, e la mettono a disposizione delle loro idee creative.
Mohri conosceva l’opera di Grippo? 
Vista alla Biennale del 2024, l’opera “Decomposition” di Mohri mi sembrò nuova e originale. Successivamente, nel 2025, alla Tate di Londra, vedo l’opera “energia di una patata” del 1972 di Grippo. Quindi Mohri, a distanza di 49 anni, usa lo stesso espediente tecnico. E’ forse meno rilevante e significativa l’opera “Decompositon” sapendo che Grippo aveva già realizzato qualcosa di simile?

Victor Grippo (1936–2002). Nato e vissuto in Argentina.
Titolo: Energia di una patata (1972)
Materiali: Patata, misuratore elettrico, elettrodi e fili.

Questa opera consiste in un semplice circuito elettrico che utilizza una vera patata come batteria. Funziona perché gli acidi presenti all’interno della patata reagiscono chimicamente con i fili metallici. Grippo vedeva un parallelismo tra l’energia immagazzinata nella patata e il potenziale creativo che può essere liberato dal pensiero. A suo avviso, anche l’incontro con un’opera d’arte può generare energia, provocando una reazione nello spettatore. Grippo studiò chimica prima di iniziare la sua carriera di artista. Molte delle sue opere trasformano lo scambio di energia attraverso materiali quotidiani in gesti poetici. Grippo fu membro del “Gruppo dei Tredici” insieme all’artista Horacio Zabala.

 

Yuko Mohri (1980), artista giapponese originaria di Kanagawa, una cittadina a sud di Tokyo.
Titolo: “Decomposition” (2021) vedi il video >>

Come funziona l’opera “Decomposition”? L’artista ha posizionato frutti in decomposizione (arance, mele, angurie) su mobiletti e piattiere, con elettrodi inseriti nella frutta che convertono lo stato di umidità in impulsi elettrici. Gli elettrodi nella frutta in decomposizione generano energia per le sculture. Questo processo trasforma gli impulsi in suoni e luci che illuminano lampadine e circuiti elettrici. L’opera cambia continuamente: muta l’odore della frutta, l’intensità delle luci e i suoni. Mentre la frutta si scioglie e avvizzisce, il tono del suono e l’intensità della luce si modulano.
Yuko Mohri è nota per le sue installazioni e sculture cinetiche che reagiscono alle condizioni ambientali.



Originalità a tutti i costi? #1

Perché la scienza e la ricerca scientifica vivono della stratificazione delle esperienze di chi ti ha preceduto e l’arte no?
Perché questo necessario tributo alla novità e all’originalità a tutti i costi quando si pensa a ciò che ha valore nell’arte, piuttosto che inserire ogni processo creativo nella prospettiva di un prima e un dopo che generano, forse, conoscenza e riflessione?
Perché, se il presupposto di partenza di quel gesto artistico ha radici in quello di altri creatori di senso, il rischio è quello di vedere minimizzato il valore di quel gesto?

Certo non sempre è così. Però questa riflessione, che in un incontro rubato ai miei impegni lavorativi “altri” rispetto alla mia vita artistica, è stata quella che maggiormente mi ha colpito in quell’incontro in cui Simona Campus dialogava con Gian Maria Tosatti, scelto come artista unico (per la prima volta) a realizzare un progetto per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2022.

Gian Maria Tosatti su Artribune: “[…] L’arte è un lavoro corale. Dal dopoguerra abbiamo fatto finta di dimenticarlo. Che grave errore! I solitari non vanno da nessuna parte. Perché è solo il dialogo che porta lontano, che fa crescere. È per questo che mi sono battuto sempre in controtendenza, nella mia generazione, per tessere legami tra gli artisti. Non è stato facile, lo ammetto. Ma ogni giorno passato con un altro artista a confrontarsi è stato uno dei giorni più preziosi della mia vita.”



L’arte come mezzo per raccontare l’invisibile. E l’indicibile. Per questa seconda opzione ci vuole forse il piacere per uno sguardo ampio, esteso, rigoroso e ribelle. Divesamente il rischio è quello di perpetrare le solite provocazioni, spesso a sfondo sessuale, dove genitali di varie dimensioni e generi, esposti e reificati nella loro immagine più banalmente accessibile, diventano istantaneo luogo di conflitto emotivo tra ciò che vorremmo essere e ciò che dobbiamo essere.



Apro questa pagina per parlare di arte senza alcuna pretesa di sistematicità. Sono appunti che nascono dall’osservazione di ciò che accade a livello locale (perchè comunque le radici contano) e internazionale (perchè il confronto con chi vive esperienze molto diverse o distanti dalle tue può aprire lo sguardo a cose che senti vicine anche se apparentemente, e non solo geograficamente, lontane.)


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